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ERNESTO MATTIUZZI
(1900 - 1980) |
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UN PITTORE TRA CLASSICISMO E MODERNITA’ |
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Quando Ernesto Mattiuzzi riceve la sua formazione artistica all’Accademia di Venezia, negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale, è vigente in città un clima artistico portato alla tradizione del colorismo lagunare cinque-settecentesco aggiornato sull’impressionismo e sul postimpressionismo, che trova il sostegno di valenti critici e influenti fautori di belle arti in città quali Nino Barbantini e Gino Damerini.
Tuttavia nel corso degli anni ’20, grazie
alle importanti rassegne di cui Venezia è sede, penetrano anche in laguna le
riforme in chiave “neoclassica” lanciate da Roma e in particolare da Milano,
dove Margherita Sarfatti – per altro veneziana di origine – invitava gli
artisti a “una nuova e arricchita saggezza” nella ripresa dei valori sacri
della tradizione italiana. Proprio nella Biennale del
E’ a questo filone di rinnovato
classicismo che si accosta il giovane Mattiuzzi, le cui prime testimonianze
note, nature morte come
L’anguilla del ’22 o
Pesci del
‘23, rivelano una sostanza costruttiva tanto più notevole tenuto conto della
tecnica ad acquarello; nella natura morta esposta alla Biennale –
Zucche
del 1923 – la forte
scabrosità della scorza della zucca intera e l’evidenza quasi architettonica
della zucca tagliata denunciano con chiarezza la scelta di un percorso in
cui la realtà viene resa per mezzo di un disegno deciso e di un colore
costruttivo. Questa scelta
stilistica si precisa nella pittura ad olio, ed in particolare nei ritratti
e nei soggetti di figura: qui Mattiuzzi si distingue nettamente dagli
artisti veneziani connotati dal “realismo magico” come Ubaldo Oppi,
Cagnaccio di San Pietro e Bortolo Sacchi, e anche dai novecentisti di più
stretta osservanza come Cadorin e il Virgilio Guidi dei primi anni
veneziani. Egli elabora infatti una pittura “alta” in cui le forme
plasticamente tridimensionali sono esaltate da un colore luminoso che
accampa con decisione la figura nello spazio; una pittura connotata da
“nitidezza compositiva, chiarezza di lettura, morbidezza cromatica, assenza
di asprezze e dissonanze”
(Castellani), un “classicismo” che l’artista maturo, divenuto
fecondo critico d’arte, esalterà come sempre valido e attuale (Attualità
del classicismo, in “Corriere degli artisti”, febbraio
1953).
E’ una pittura che sembra non tener conto
delle correnti coeve bensì risalire, attraverso la lezione di Ettore Tito,
professore di figura di Mattiuzzi all’Accademia, al maestro di questi Pompeo
Marino Momenti. Ed è lecito chiedersi quanto abbia potuto influire sul
nostro giovane artista la mostra dedicata al
Ritratto Veneziano del’800
organizzata nelle sale di Ca’ Pesaro da Nino Barbantini nel 1923: è ai
ritratti e alle composizioni di artisti come Molmenti, Guglielmo Stella,
Napoleone Nani che più somigliano i ritratti aulici e le superfici lucenti
di Mattiuzzi, e addirittura sembrano far riferimento alle “grazie femminili”
e alle odalische di Natale e Felice Schiavoni i corpi alessandrini delle sue
modelle. L’ammirazione per la pittura dell’Ottocento giunge col tempo a vere
e proprie ambientazioni d’epoca in soggetti quali
Venditrice di terraglie
del 1941 e
Ispirazione del 1960. Credo sia importante notare come allo stile
aulico delle composizioni pittoriche l’artista approdi attraverso un
percorso che partendo dal dato reale – affermerà egli con decisione in un
articolo del 1953 che “nessuna forma d’arte che prescinda dalla natura è
valida” – se ne appropria per mezzo di schizzi rapidi e sicuri, sublimando
in passaggi successivi il soggetto della rappresentazione – figura umana,
oggetti, paesaggio – in disegni ugualmente perfetti nella finitezza, a
testimonianza di una tecnica impeccabile e di una professionalità dai
risvolti etici: attraverso “la forma e la superficie” si raggiunge in tal
modo “un realismo di sostanza e di contenuto”.
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La convinzione di praticare una pittura dai
risvolti universali fa si che egli prescinda dalle correnti artistiche
vigenti, alienandosi il rapporto con gli altri artisti e con i critici: egli
lavorerà per tutta la vita in una sorta di splendido isolamento,
contestando, con la fedeltà al suo stile e soprattutto con una fluviale
attività di critico, gli artisti, i critici, le mostre, i mercanti e negando
validità alle correnti informali e astratte. Cosicché, attivo alle
prestigiose mostre veneziane durante il ventennio, gli verrà negata la
presenza alle Biennali del dopoguerra da cui si sentiva ingiustamente
escluso. Compensò la mancanza di inviti alle rassegne
ufficiali con mostre personali in spazi pur importanti a Roma, Milano oltre
che nella stessa Venezia; e i figli Mario e Gustavo, dopo la sua morte,
hanno richiamato l’attenzione sulla sua opera con numerose mostre, corredate
da notevoli saggi critici, tra i quali trovo opportuno ricordare, per
l’acuta analisi storica e filologica, quello di Corrado Castellani in
occasione della mostra per il centenario della nascita dell’artista nella
Casa Museo di G.B. Cima a Conegliano. Ora, a trent’anni dalla scomparsa, la
presente rassegna offre l’occasione per nuove riflessioni sulla sua opera:
per meglio comprenderne lo spirito si è ritenuto opportuno proporre un
percorso per temi, offrendo inoltre la possibilità di valutare, almeno per
alcune opere, il disegno preparatorio accanto al dipinto a olio.
Una contenuta serie di autoritratti di
piccolo formato, disegni a matita o inchiostro, esemplificano la non comune
abilità di Mattiuzzi, fin dagli anni giovanili, non solo nel rendere
l’aspetto fisico ma anche nell’introspezione psicologica: è singolare per
altro che egli tenti un percorso retroattivo traendo un ritrattino da una
sua foto all’età di quattro anni; seguono alcuni autoritratti di
celebrazione professionale, cui si è accennato innanzi; vengono quindi
presentati alcuni ritratti esemplificativi di un percorso che va dal
giovanile Ritratto
della madre, quasi austero nella sobrietà del taglio e
della descrizione, al raffinato
Ritratto di signora in giallo,
emblematico del classicismo dell’artista nell’impaginazione sapientemente
calibrata, nel raffinato colorismo dell’abito dai luminosi riflessi,
nell’algido incarnato del volto che si innalza sopra il busto dal biancore
perlaceo.
I ritratti di gruppo, come quello che
presenta l’artista con la moglie e la cognata, ma anche il gentiluomo dalla
morbida eleganza che attende i compagni di gita che stanno giungendo in
motoscafo, introducono alla “modernità” di Mattiuzzi, che in ossequio al suo
programmatico confronto con la realtà affronta temi sociali o legati
all’attualità: ma, come nota acutamente Corrado Castellani, pur se il suo
realismo porta in sé una pacata “cognizione del dolore”, nelle sue opere è
assente la denuncia e il riferimento politico; cosicché in un’opera come
Il comizio il cui anno di esecuzione, il
1948, richiama conflitti e tensioni, impagina un gruppo di persone affollate
alla soglia di una sala, in atteggiamento attento ma serenamente disarmante.
Nelle nature morte, soggetto che è
congeniale all’artista fin dagli esordi, si esprimono qualità
virtuosistiche: fin dall’origine di questo genere del resto – dal famoso
Canestro di frutta
del
Caravaggio, ai trionfi di fiori, ma anche di carni e di pesci, dei
napoletani del Seicento, alle metafisiche composizioni di Zurbaran – la
natura morta ha significato il riconoscimento della bellezza nella
quotidianità della vita e insieme ha espresso il transeunte e la “vanitas”
della bellezza medesima; così che anche il nudo femminile, tanto praticato,
e con quale maestria, da Mattiuzzi quale omaggio a un ideale di bellezza
classica si associa alla vanità dell’oggetto – le modelle dalla carnale
procacità si confrontano e si confondono con lenzuola di raso ed elementi di
arredo – fino al presagio dell’estrema punizione nel riverbero del mito di
Narciso.
Una particolare riflessione meritano i
paesaggi, in cui Mattiuzzi, pur affascinato in gioventù dal vedutismo antico
quale si manifesta nel
Molo visto dalla colonne della dogana del ’29,
o dal paesaggismo ottocentesco come in
La pineta lungo il fiume
del 1937, non può prescindere da influssi impressionisti non solo in
presenza di eventi fenomenici fissati in opere quali
Chiaro di luna
e
Nevicata, ma anche nella resa per effetto di macchia di
vedute cittadine (Chioggia) o montane (Pozzale);
si dimostra inoltre attento al paesaggismo novecentesco in efficaci
composizioni di rarefatta monumentalità compositiva (Verso sera, 1957); e offre spunti di
neorealismo di carattere quasi cinematografico la visione vivacissima di una
Via di Napoli (1953) animata dalla gente,
dal vento e dal sole.
(Testo tratto dalla presentazione del catalogo monografico sull’opera dell’artista Ernesto Mattiuzzi, pubblicato dalla Edizioni Piazza - Treviso, tenuta dal prof. Eugenio Manzato in occasione della Mostra Antologica retrospettiva organizzata dalla Città di Conegliano con il patrocinio della Regione Veneto provincia di Treviso svoltasi in Dicembre 2010 presso il Palazzo Sarcinelli di Conegliano)
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